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Dopo la lettura del 'Il libro delle case' di Bajani è sorto il desiderio di trascrivere qualche appunto sulle proprie case ... solo brevi cenni.

LE MIE CASE

La casa dell’inconsapevolezza 1957 – 1960

Santa croce, all’ultimo piano di una vecchia casa in un quartiere semiperiferico, poco più di due stanze; mi è stata raccontata, ho una sola immagine, non so se reale, di una stanza buia con una cucina e un letto, che osservo con le dita in bocca. Una vita in cui mio padre andava al cinema con mio fratello di 5 anni più grande di me; non l’ho mai visto andarci negli anni successivi. Una zia giovane che si occupava di me, mentre mia madre lavorava facendo la sarta. Sicuramente una coppia felice, un periodo in cui mia madre si era liberata da una vita costretta nella famiglia dei suoceri; mio fratello era nato lì.

La casa della famiglia 1960-1980

A tre anni mi dicono mi aggirassi nella grande casa al secondo piano di una nuova edilizia popolare, con tre camere, un cucinino, un tinello e una sala da pranzo, non smettendo di dire, questa sì che è bella. Il tinello era il perno di tutte le attività, la sala si poteva usare solo in occasioni speciali. Mia madre non ha vissuto bene quel cambio, perché avendo spazio ha ospitato i suoceri, in particolare durante l’inverno, in estate tornavano nella loro casa in paese, con una convivenza per lei, non credo semplice, ma li ha accuditi fino alla fine con grande disponibilità. Per me erano invece una risorsa preziosa, soprattutto la nonna con il mio stesso nome che mi ha insegnato a lavorare a maglia, sedute vicino alla porta del terrazzo del tinello, facendo gare a chi era più veloce. Sempre malatina, in inverno, mi faceva compagnia, seduta al lato del letto della camera che condividevo con mio fratello, raccontandomi non proprio favole, ma le storie del paese, le marachelle che potevano aver combinato i suoi figli, tra cui mio padre, e la sua bellissima e travagliata storia d’amore clandestina con il nonno, osteggiata dallo zio prete, suo tutore, e interrotta per la partenza del nonno per l’Argentina a fare fortuna e soltanto dopo dieci lunghi anni, in cui nonna si era addirittura fidanzata con un altro, e per intercessione di una sua zia, ebbe il consenso a sposare il nonno. La prima visita che lui fece in casa, lei stava infilando delle perle e queste le caddero di mano e si sparsero per la stanza per l’emozione. Dopo la morte di nonna, in anni successivi, fu il nonno a raccontarmi la storia, in modo meno romantico e attribuendo il consenso del prete al fatto che lo aveva aspettato in un vicolo buio di notte e minacciato, chissà se nonna lo ha mai saputo.

Ho avuto solo due bambole nella mia infanzia una di quelle grandi con il viso di porcellana i capelli neri un bellissimo vestito celeste che è stata però sempre seduta sul letto dei miei genitori nella loro stanza e un’altra bionda che ho vestito, pettinato e alla fine dato a mangiare facendole un buco sulla bocca e sotto per far uscire il cibo, visto che cominciava ad avere un cattivo odore, con lei giocavo nel terrazzo chiuso del tinello. Avevo un fratello e amici quasi tutti maschi nel mio palazzo e giocavo con loro prevalentemente con i soldatini, a me toccavano sempre i perdenti, gli indiani, ma crescendo poi ero diventata fiera di essere dalla parte degli indiani. Nel mio palazzo abitava anche la mia maestra, che era una insegnante in pensione e andavo a scuola nel suo appartamento, privatamente come altri ragazzini del quartiere, non eravamo certo ricchi, ma il fatto che fossi sempre cagionevole di salute, convinse i miei a mandarmi a scuola in casa sua per tutte le elementari, ogni giugno dovetti sostenere un esame per la validazione dell’anno. In prima media non mi fu proprio facile inserirmi in una vera classe. Quando mio fratello andò all’università conquistai la camera tutta per me e soprattutto l’unica scrivania.

Le case dell’università (2) 1975-1979

Nonostante ci fosse un solo stipendio in casa, i miei decisero di dare anche a me l’opportunità di proseguire gli studi dopo il liceo e temendo un allontanamento trovarono un buon compromesso nel mandarmi in un'altra città, ma  a casa di un anziano zio di mia madre che viveva solo e che mi affittò una stanza, nel corso principale del paese, in una specie di abbaino con il tetto basso, e diverse buie scale per raggiungerla, ma la stanza era carina con due lettini, carta da parati con delicati fiorellini rosa e celeste, gradevole, ma che usavo solo per andare a dormire, in genere a tardissima ora entrando in punta di piedi per non fare rumore. La mia vera casa era però vicino alla rocca, quella di un mio amico del luogo, un po’ più grande di noi, che frequentavamo in tanti e dove ci avvicinammo alla politica e si incrinarono le mie certezze di cattolica. Ricordo con nostalgia le discussioni, i confronti, l’amicizia totalizzante e dove imparai a godere della libertà di gestire la propria vita, salvo tornare alla rigida dimensione familiare nel weekend. Per accedere alla casa si scendevano delle scale per immettersi in un corridoio buio dove in una rientranza era stata collocata una mini cucina: fornelli e piccola dispensa, proseguendo si entrava in uno stanzone luminoso che affacciava sulle colline e sulla campagna camerte, e poi una piccola stanza senza porta che era la camera da letto. Non ricordo dove fosse il bagno. Nel salone si svolgeva la vita e lì era spesso presente una piccola comunità in movimento, il mio amico era infatti punto di riferimento per chiunque avesse bisogno di dimora e solidarietà: una schizofrenica scappata insieme al suo ragazzo dall’ospedale psichiatrico, credo dal bolognese, che a turno cercavamo di gestire, iraniani rivoluzionari con cui fu importante parlare, un delicatissimo, giovanissimo pianista con la sua donna, divenuto ora importante musicista e compositore. Arrivava chiunque avesse pene d’amore da smaltire, o problemi di altra natura, anche se in quegli anni cominciava a circolare droga, non fu mai per noi d’interesse. Tra gli avventori c’era un bravissimo fotografo che scoprimmo, diversi anni dopo, con grande disappunto, essere un ladro e ricettatore che morì nelle campagne del paese in uno scontro a fuoco con i carabinieri e di cui fu accusato del tutto arbitrariamente e ingiustificatamente il mio amico, totalmente ignaro di tutto. Furono gli anni della contestazione del ’77, delle brigate rosse e del sequestro Moro, che ci vide sgomenti e preoccupati con il nostro slogan ‘né con lo Stato né con le BR’.

Un’altra casa era la sede del mio corso di laurea in cui passavo tutta la giornata e a volte anche qualche dopocena per utilizzare la tastiera da cui inviavamo codice e dati al computer collegato in remoto al cnuce di Pisa. In particolare ricordo un dopocena dove stavo da sola nel laboratorio a completare un lavoro e fui sorpresa da una consistente scossa di terremoto, da cui fuggii spaventatissima correndo dagli amici ritrovati fuori dal bar del centro.

 

La casa degli inizi 1980-1982

Una casa grande e luminosa con un corridoio per tutta la lunghezza, immenso, dove si sentivano i bambini del piano di sopra fare le corse con i tricicli, erano arredate solo la cucina e la camera da letto, appena sposati non avevamo altri soldi. Tra i nostri amici quasi primi ad avere una casa, quindi sempre piena di cene e di incontri.

La casa degli scorpioni 1992-

Una casa dell’ottocento in grossi blocchi di pietra nel punto più alto del piccolo paese, addossata alla montagna con ulivi e ricco orto gestito da mio padre. Snobbata in gioventù, vissuta per tutte le estati dell’infanzia di mio figlio perché fresca, accogliente, in mezzo alla natura e ad un agglomerato di case di altri tempi, che mi riportavano alla memoria i racconti di nonna con i soprannomi ancora dati alle varie famiglie, il nostro era ‘toppa’. Abitata però dallo scorpione italicus, non ci ha mai punto, ne abbiamo uccisi diversi, una oscura presenza che incombeva nei battiscopa e negli stipiti delle vecchie finestre, abbellite dalle mie tendine gialle all’uncinetto con vari soggetti. Ogni cambio di stanza prevedeva una ispezione completa e qualche mio strillo appena ne veniva avvistato uno, in realtà solo a me e a mia madre creavano disagio.

Estati passate andando a pesca, a passeggio, a dipingere, a lavorare all’uncinetto, ad ospitare amici e parenti e a trascorrere il tempo con mio padre e mia madre che facevano di tutto per rendere la nostra permanenza piacevole e a cui fui grata dei periodi di vacanza che mi consentiva. Ora l'ultimo terremoto la circonda di nostalgia e ricordi.

La casa della mia vita 1982-2018

All’ultimo di una palazzina degli anni ’50 a tre piani, con una struttura quadrata e tre grandi stanze, uno sgabuzzino, un bagno e una cucina. Era stata un po’ ristrutturata dai precedenti proprietari con tipici pavimenti degli anni 60 in marmo bianco e nero in sala, beige con venature rossastre in camera da letto e parquet nella camera che sarebbe diventata quella di mio figlio. Ci siamo portati dietro i nostri mobili e pian piano l’abbiamo riempita senza avere più spazio, soprattutto con libri, tanti e di vari ambiti. Le stanze avevano una calda luce e un’atmosfera piacevole, grazie anche a due grandi alberi del viale che facevano da polmoni contro le tante macchine che passavano vicino alla casa. Tante le emozioni vissute qui, la nascita di mio figlio, la sua presenza fino al periodo universitario e i ritorni che scombussolavano tutto, ma rendevano viva la casa. Gli amici, le cene e i pranzi delle feste con la famiglia allargata, il gatto Mozart che ha vissuto con noi per 17 anni, la mamma di mio marito che viveva nell’appartamento accanto e che è stata una presenza importante nelle nostre vite. Fino al 1992 la casa è stata poco vissuta, pieni di lavoro, di viaggi, di vacanze, ma dopo la nascita di mio figlio un rifugio felice. Qualche problema le ripide scale senza ascensore e il tetto senza soffitta che la rendeva estremamente calda in estate. La casa è stata quasi vuotata, dopo il trasloco di due anni fa. Tante volte sono tornata a sedermi nelle stanze per assorbire di nuovo la luce che l’ha sempre resa unica e le emozioni che ne fluiscono. Ora ci sono studenti e non la riconosco più è come se fosse stata profanata.

 

La casa della vecchiaia 2018-

Il trasloco e il recupero dei vecchi cari mobili e l’integrazione con quelli necessariamente da comprare per adattarli ai diversi spazi, un periodo sereno, un grande bel giocattolo nuovo con cui prendere le misure, per quasi un anno, fino a diventare uno strano luogo di vacanza forzata nel lockdown, come se si fosse stati sorpresi in un luogo di villeggiatura e non si potesse tornare a casa. Ho imparato a ritrovare la mia collocazione nell’open space, non caldeggiato, ma inevitabilmente accettato, una poltrona in cui ho passato e passo tanto tempo davanti ad un finestrone in cui guardo la città antica con la sua torre e i suoi cupoloni, come se non fosse più la mia città, ma comunque facilmente raggiungibile, e mi perdo all’orizzonte in uno spicchio di mare, argenteo alla luce dell’alba e di un azzurro intenso e profondo nei raggi del tramonto. Il sole lo vedo nascere, grazie ad un inizio di insonnia da pensionata che mi viene a visitare, e mi sorprendo a verificarne la sua corsa da sud est ad est in inverno e primavera e all’indietro nel periodo estate autunno. In giugno sorge proprio davanti al mio finestrone e illumina la lunga libreria di 7 metri, le piante addossate al balcone, la mia poltrona, il tavolo e il frigo della mia bianca cucina, penso sempre che con il tempo me la ingiallirà, ma non chiudo mai le tende è troppo piacevole quel raggio luminoso che penetra fino alla porta di ingresso, ma che non può scappare. Di recente ho deciso di mettere qualche biscotto su un vaso e diversi uccellini, passerotti e non so che altro fanno un gran via vai davanti al mio sguardo discreto celato dal finestrone. Ho scioccamente previsto anche una camera per mio figlio, che naturalmente è vuota perché lui vive con sua moglie, in un’altra casa che ha una storia non più condivisa, ma la stanza è comunque piena di lui c’è la sua libreria, alcuni dei suoi giochi, alcune delle cose che sono certa ha amato. Ci ha dormito pochissime volte.